domenica 17 aprile 2011

I tuoi occhi



I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi 
che tu venga all’ospedale o in prigione
nei tuoi occhi porti sempre il sole.


 I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
questa fine di maggio, dalle parti d’Antalya,
sono cosi, le spighe, di primo mattino;


 i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
quante volte hanno pianto davanti a me
son rimasti tutti nudi, i tuoi occhi,
nudi e immensi come gli occhi di un bimbo
ma non un giorno han perso il loro sole;


i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi 
che s’illanguidiscano un poco, i tuoi occhi 
gioiosi, immensamente intelligenti, perfetti
allora saprò far echeggiare il mondo 
del mio amore.  


I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
Così sono d’autunno i castagneti di Bursa 
le foglie dopo la pioggia 
e in ogni stagione e ad ogni ora, Istanbul.
  
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
verrà giorno, mia rosa, verrà giorno 
che gli uomini si guarderanno l’un l’altro 
fraternamente
con i tuoi occhi, amor mio,
si guarderanno con i tuoi occhi. 


Nazim Hikmet




...per la Wendy tornata dall'Isola che non c'è

venerdì 8 aprile 2011

24 - Ricerca di equilibrio Pt. 2



E' davvero tanto tempo che non scrivo. Non che mi sa dimenticato di scrivere ma di questi tempi non ho trovato molta ispirazione quando avevo tempo e tempo quando avevo ispirazione.

Scrivo questo primo post in questo blog. Pian piano spero di aggiungere tutti gli altri semmai mi trovassi bene..

Mi rimetto a riscrivere perché mi si è illuminata la lampadina nel vedere il concerto di Roger Waters che riproponeva The Wall. Durante la prima parte del concerto dove si racconta la storia di come Pink, il protagonista della storia, costruisce pezzo a pezzo il suo muro mentale che non gli permette di affrontare correttamente la vita mi ha come fatto scattare l' ”Eureka” che mi ha fatto capire i comportamenti delle persone in certi contesti.

Ad esempio, in praticamente tutta la mia adolescenza (dalle medie fino a all'inizio della 5° superiore) mi ero creato questo muro su cui si schiantavano tutte le persone che mi si avvicinavano. Difficilmente ho legato con qualcuno. E mai in maniera molto profonda. Si è costruito intorno a me per tutta una serie di motivi una zona di solitudine, una zona di sicurezza tutta mia. Ho impedito in maniera involontaria a molte persone di avvicinarsi a me, facendo anche molte volte del male a persone che alla fine mi volevano bene. Quando attraverso tutta una serie di cause il muro è definitivamente crollato, il mio equilibrio spezzato, si è aperto un mondo, che prima, come in fondo ad un pozzo attorniato dal mio muro, non vedevo.

E chi il muro ancora lo ha? Cosa riesce a vedere? Come si comporta?

Credo che non sia assurdo dire che chi vede dal dietro un muro vede solo quello che vuole (può) vedere.

Anzi. Piuttosto che uscire la testa e rischiare il cambiamento preferiscono evitare qualunque cosa che possa intaccare il loro equilibrio, la loro stabilità, le loro certezze. Anzi se possono iniziano a creartene uno loro intorno a te in modo da tale da non destabilizzare nulla.

È capitato, ad esempio, con molte ragazze che ho frequentato che io dovessi stare o in secondo piano o in primissimo.
O non dovevo minimamente intaccare il suo equilibrio:
Io e tu ci vediamo il venerdì e la domenica, il sabato sono con i miei amici e non ti permettere di raggiungermi.”

O dovevo essere la struttura portante del suo:
“resta qui con me, ho bisogno di te, se non stai con me tornerò da lui”.

Altre non permettevano nemmeno l'avvicinamento:
“Non voglio una relazione seria”.

Per non parlare della tipica frase:
“Per ora non voglio stare con nessuno, ho avuto troppe delusioni”.

Da “Ingegnere” (anche se ancora ingegnere non sono) so perfettamente che un muro è sì stabile, ma non è adatto a situazioni dove vi sono cambiamenti.
Pensate alla diga del Vajont. È da 50 anni lì. Imponente. Solida. 271 metri di calcestruzzo e acciaio che hanno resistito ad una frana che ha portato la forza di una bomba atomica nella cittadina ai suoi piedi. Ed ora è lì, più inutile che mai a ricordarmi che quando ci sono cambiamenti i muri sono del tutto inutili, o comunque diventeranno obsoleti presto.

Ad esempio, ho provato da un po' di tempo a sperimentare la regola dei 6 mesi.
Ho notato su un paio di “coppie” (non solo di fidanzati, ma anche di semplici amici) se a causa dei muri che fra loro si sono superati non riesco a superare un periodo di 6 mesi da un cambiamento automaticamente questi si creeranno un altro equilibrio dove l'altra persona nella coppia non è più prevista nella stessa posizione, importanza, prestigio come nella situazione precedente.

Quando sono entrato all'università nell' ottobre 2007 molti dei miei amici erano fidanzati, ma categoricamente nel periodo di Aprile-Maggio 2008 tutti questi si lasciarono. Ma anche coppie con anni e anni di relazioni alle spalle.
Ed è successo così anche per quelle coppie dove la ragazza ancora andava a scuola. La loro relazione è durata fino a che lei è rimasta nelle mura scolastiche. Sei mesi dopo si erano lasciati.
Io stesso ho smesso di frequentare determinate amicizie, ma non perché non volessi più frequentarli, ma perché io ero cambiato e il mio equilibrio non andava bene per loro.

Quindi in realtà i nostri stessi equilibri sono stabili fino a che li confiniamo nei nostri muri.

Quando invece, anche involontariamente usciamo e vediamo all'esterno con altri occhi anche per pochi secondi si ci apre un mondo nuovo.

Ad esempio, per molto tempo i nostri antenati europei furono convinti che esistessero solo i “normali” cigni bianchi. E questa convinzione sopravvisse fino a quando nel mondo che loro conoscevano c'erano solo i cigni bianchi. Ma poi fu scoperta l'Australia e fu scoperto così anche il cigno nero così la loro percezione del mondo e dei cigni dovette cambiare.

Come io mi sono fissato per mesi su una ragazza dicendo poi “Ma io, come cazzo ho fatto a starci? Eravamo così diversi? Come ha fatto a piacermi?”
Semplicemente le mie conoscenze, i miei orizzonti, i miei stati di equilibrio erano arrivati ad un livello tale da volere un certo tipo di persona, un certo tipo di comportamenti, che adesso magari non vorrei avere a che fare. Un po' come la musica, a volte mi chiedo come non ho potuto non apprezzare i Pink Floyd per anni ed essermi bloccato per anni solo con pochi gruppi. Poi dico, è normale, non ero in grado di poterli sentire (come non ero in grado di poter stare con un'altra persona per esempio) perché non avevo abbattuto i miei muri, non avevo capito le mie esigenze.
La persona che quindi ci andrebbe bene per come è fatta in un periodo, può essere assolutamente inadeguata in un altro. L’importante perciò è capire in che periodo siamo, che tipo di esigenze abbiamo, che conoscenze abbiamo. L'importante è iniziare a conoscersi. A studiarsi. Costantemente.

Dopotutto è un po' come avviene nelle reazioni chimiche, si sa che queste complessivamente non variano nel tempo quando sono in equilibrio. Ma ciò avviene quando una reazione chimica procede con la stessa velocità sia dalla parte dei reagenti sia dalla parte dei prodotti. La reazione, cioè, non sia ferma. Essa continua ad avvenire ma non porta a nessun aumento o diminuzione di concentrazione dei prodotti e dei reagenti, essendo uguali i valori delle due velocità della reazione.
Se due persone conosceranno il mondo insieme, da punti di vista differenti ma mantenendo sempre la stessa velocità saranno in un equilibrio dinamico e la loro relazione/reazione non generà entropia.
(Continuo a dirlo, se uno vuole conoscere l'Amore deve cercare di comprendere le regole dell'Universo.)
Da soli, o a coppie
Quelli che davvero ti amano
Camminano sù e giù aldilà del muro
Alcuni mano nella mano
Alcuni riuniti in gruppi
I cuori teneri e gli artisti
Resistono
E quando ti hanno dato tutto di se stessi
Qualcuno barcolla e cadrà
Dopo tutto non è facile
Sbattere il tuo cuore contro un muro di pazzi
George Roger Waters - Outside the Wall 

lunedì 14 febbraio 2011

Amare una persona è ....

Amare una persona è…
Averla senza possederla.
Dare il meglio di sé
senza pensare di ricevere.
Voler stare spesso con lei,
ma senza essere mossi dal bisogno
di alleviare la propria solitudine.
Temere di perderla,
ma senza essere gelosi.
Aver bisogno di lei,
ma senza dipendere.
Aiutarla,
ma senza aspettarsi gratitudine.
Essere legati a lei,pur essendo liberi.
Essere un tutt’uno con lei,pur essendo se stessi.

Ma per riuscire in tutto ciò,
la cosa più importante da fare è…

accettarla così com’è,
senza pretendere che sia come si vorrebbe.
(Omar Falworth)

martedì 23 novembre 2010

21 - Ghost


Questo intervento avrei dovuto scriverlo verso Maggio. Doveva, e continuerà, a trattare di fantasmi. Non quelli per cui vengono ingaggiati dai GhostBusters, ma quelle persone che comunque hanno significato qualcosa nella nostra vita e che continuano ad apparire dopo essere spariti dalla nostra vita.
Dovevo scriverlo a Maggio, in un periodo in cui ho creduto di essere riuscito ad eliminare uno.
E per un motivo molto valido non l’ho scritto, perché proprio mentre scrivevo la bozza su un foglio si è ripresentato il fantasma contornato dalla propria luminescenza.
Sono passati 6 mesi dal giorno in cui avrei dovuto pubblicarlo. E in 180 giorni le cose cambiano completamente, radicalmente. Ho accanto a me il foglio di quando quella mattina all’università in un attacco di ispirazione iniziai a scrivere quello che pensavo sui fantasmi. Parlando dei miei vecchi fantasmi e come li ho affrontati. Cercando di trovare la connessione logica fra mente e cuore che portasse alla creazione di questi spiriti informi che attraversano ogni strano che noi poniamo a copertura.
Prima pensavo che i fantasmi fossero la spettralizzazione della speranza. Avevo immaginato che fossero come delle piccole banche a cui avevamo depositato parte della nostra felicità nella speranza che questi fantasmi tornassero con gli interessi. La loro “presenza-assenza” fosse quindi l’idealizzazione della felicità perduta. Ed essendo il fantasma unico appiglio di felicità ho pensato che la rimaterializzazione del fantasma portasse alla felicità stessa. E che quindi il fantasma scomparisse nell’esatto istante in cui la persona tornasse realmente felice.
É tornata una persona nel periodo precedente a questo in cui vi scrivo. Un fantasma. Anzi IL fantasma. Un fantasma un po’ particolare che è stato riesumato, resuscitato e che ha deciso nuovamente di divenire fantasma. E nel far ciò questo fantasma ha cambiato la mia conoscenza e la mia idea riguardo i fantasmi, proprio perché ho avuto modo di capire come funzionassero, forse non in generale ma almeno con la mia persona.
Se ricordate ho scritto riguardo i Porcospini di Schopenhauer e della legge di scambio di calore fra essi. Quando un riccio si allontana dal suo partner non ha più calore a sufficiente per stare bene e inizia a sentire freddo. E allora ritorna dal porcospino da cui si era allontanato per ricominciare a riscaldarsi.
Ora poniamo l’ipotesi che i porcospini per un motivo qualunque si allontanino volontariamente.
Litigano, uno dei due deve partire per una terra lontana o per tutte le decine di motivi che vi possano venire in mente mentre leggete queste righe. Il porcospino A (lo chiamiamo A? Aggiudicato A) se ne va, ripeto non importa per quale motivo, ma se ne va. Il porcospino B (lo chiamo ovviamente B) abituato a ricevere una certa quantità di calore da A inizia a sentire freddo. E da allora inizia a pensare a quanto fosse utile il calore del suo porcospino e di quanto fosse bello quel tepore, a come la facesse sentire completa nel suo mondo imperfetto (non so perché ma mi sto immaginando B come femmina. Può benissimo essere l’opposto). Quella mancanza di calore a cui era abituata genera in lei il fantasma del “il suo era meglio di qualunque altro”.
Dostoevski diceva: “Quanto più siamo infelici, tanto più profondamente sentiamo l’infelicità degli altri; il sentimento non si frantuma, ma si concentra.”
Freud chiama questo processo “idealizzazione”, cioè quella tendenza che falsa il giudizio, dove l’Io, la proiezione psichica di se, diventa sempre meno esigente, più umile, mentre l’oggetto sempre più magnifico, più prezioso. Freud afferma che “può arrivare fino ad impossessarsi da ultimo dell’intero amore che l’Io ha per sé, di modo che, quale conseguenza naturale, si ha l’autosacrificio dell’Io. L’oggetto ha per così divorato l’Io.” [Psicologia delle masse e analisi dell'Io (1921)]
Oltre questa fase di idealizzazione si può incorrere nella fase “per mia colpa mia colpa, mia grandissima colpa.”, nell’idea che il porcospino se ne sia andato via per qualcosa che gli è fatto di male e il lasciato se ne assume tutta la colpa.
Quindi il fantasma non solo va a falsare il giudizio, ma va fa sentire il soggetto sia vittima che carnefice della situazione, peggiorando maggiormente la abnegazione dell’Io.
Ora poniamo l’ipotesi che invece ad allontanarsi sia , nel caso che A sia un porcospino in equilibrio. Può capitare che per quanto A stia bene con se stesso, essendo autosufficiente, o addirittura in eccesso di energia, si abitui a questa cessione di calore. Si abitua a cedere calore, e a riceverne.
Passando dalla termodinamica all’idraulica spicciola: è un po’ come se fosse abituato a tenere un rubinetto sempre aperto, indipendentemente dal fatto che qualcuno metta sotto un bicchiere per abbeverarsi o per usufruirne. Perché sa che questa energia poi ritorna, e sa che chi poi ne usufruisce rimette quest’acqua dentro.
Sta così bene come se che il suo unico interesse sia quello di dare, perché nel momento in cui da riceve. Non voglio fare una discussione se questa sia o meno la massima concezione dell’egoismo e dell’egocentrismo o dell’altruismo. Ma pensate. Semplicemente pensate a questo porcospino che è arrivato ad un punto tale che lui è sempre in equilibrio. Riceve, dona in un modo oramai molto stabile, continuo e costante. É talmente abituato sia a dare che a ricevere che quella mancanza nel non dare divenga un problema, poiché egli stesso in qualche modo non riceve.
E’ come se imponessimo immediatamente che ingresso e uscita diventino una cosa sola. Prendete (NO. Non fatelo sul serio) una cavo elettrico e chiudete il circuito su una presa. Cosa accade? Che per quanto il prodotto Intensità-Resistenza sia costante la presa si fotte (e con essa probabilmetne tutta casa), perché chiudendo il circuito abbiamo annullato ogni resistenza, portando ad infinito l’intensità e distruggendo tutto il sistema creato.
Abbiamo creato un corto circuito, un sovraccarico, abbiamo distrutto la presa nonostante l’energia sia rimasta sempre la stessa. Al porcospino A nonostante non senta realmente freddo, sta male. Gli manca il porcospino a cui dava questa energia, Si genera il fantasma del calore non ceduto, del fantasma che genera sovraccarico.
Quelli che riescono a creare il 100% del loro fabbisogno hanno un problema di fondo. Difficilmente scambiano la loro energia con altre persone. Sono arrivati ad un punto che quando stanno con una persona lo fanno solo perché sanno che quella persona può farli stare solo meglio di come stanno. Se la sentono cucita addosso. Quindi difficilmente potrà trovare nuovamente il porcospino a cui vorrà scambiare calore. E dovrà in tutto questo abituarsi a dover dare solo calore a se stesso prima di poter nuovamente dare calore a qualcuno (è come se dovesse rimettere a posto il circuito o la tubatura)
Con porcospini del genere bisogna non bisogna allontanarsi di colpo. Ne soffrono pesantemente.
Preferiscono una lento e progressivo allontanamento. Hanno bisogno di chiudere i rubinetti e risistemarsi.
Un po’ come accade (non a caso) nella termodinamica. Se realizziamo una trasformazione finita mediante una successione di trasformazioni infinitesime (cioè piccolissime, ridottissime) otteniamo una cosiddetta trasformazione quasi statica: essa è caratterizzata dal fatto che, in ogni istante, il sistema si trova, a meno di infinitesimi, in condizione di equilibrio termodinamico. Si passa per stati infiniti di equilibrio che permettono di cambiare senza strappi, senza generazione di entropia, senza cortocircuiti.
Io nella mia vita ho avuto 4 ragazze che si sono allontanate di colpo della mia vita.
E categoricamente i loro fantasmi si sono presentati alla mia porta.
Con una trasformazione quasi statica si evita di generare entropia. Non si genera caos.
Con un allontanamento quasi statico si evita di generare fantasmi. Si evitano un sacco di problematiche e soprattutto spesso le relazioni che gravitavano intorno a quel rapporto si possono mantenere. Io personalmente mi sento con la maggior parte delle mie ex. Ci esco ogni tanto per un caffè, un aperitivo, chattiamo, ci sentiamo. Non lo facciamo perché vogliamo tornare insieme, o per farci del male. Ma per sentirci, per non pensare che il nostro rapporto e i nostri ricordi debbano andare buttati per degli stupidi errori di valutazione. Ci siamo allontanati progressivamente e siamo riusciti in tanti casi a mantenere un bel rapporto di amicizia, che è sicuramente meglio di dire in giro “è una troia” o “l’hai piccolo” (per quanto apprezzi la genialità della ragazza che ha scritto con la vernice “ti ho fatto le corna prima io” sulla macchina del suo ex proprio sotto casa mia).
Trattandolo in termini scientifici ho collegato che il processo di idealizzazione è dovuto all’astinenza della feniletilammina. La “droga dell’amore”. La sua presenza e la sua assenza condiziona i comportamenti della persona. Infatti, quando una persona sia allontana da noi la sua mancanza lascia anche un vuoto “affettivo” e “abitudinario” tale da farci stare male, da distruggerci se non riusciamo a controllare questa astinenza.
Se il vuoto affettivo può essere colmato dalle amicizie, quello abitudinario (come abbiamo appena visto) è quello pericoloso.
Perché per quanto la nostra mente viaggi, tenti di dimenticare, l’abitudine di pensare alla persona amata ci ripete costantemente: “apprezzerebbe davvero questa cosa”- “ah che bello se fosse qui”. E d è in questi termini che i fantasmi ci fanno del male. Sono queste le loro apparizioni eteree nella nostra mente. Si è talmente abituati ad assumere la droga amorosa che per riaverla si perdono, annegano il proprio io. E ne conosco persone che si sono perse. Che non sono riuscite a ricominciare dopo che sono state traumatizzate dalla perdita delle persona amata. Che hanno rifiutato la cura ogni cura che potesse portarla a ritrovare il proprio io e cancellare il fantasma che la perseguita. Ma spesso si incorre nell’errore di credere che ogni via sia sbagliata poiché la prima era sbagliata. E non c’è niente di più sbagliato. Io per mia sfortuna posseggo ancora qualche fantasma che saltuariamente esce dall’armadio e mi ricorda cosa ho sbagliato nella vita. Ma ho imparato che se anche sono caduto nell’abisso, per quanto le acque siano profonde e scure, ciò che fa annegare non è l’immersione, ma il fatto di rimanere sott’acqua.





domenica 10 ottobre 2010

Io l’amavo – di Anna Gavalda

Ci ho pensato, non mi faccio illusioni, ti amo ma non ho fiducia
in te
. Poiché quello che stiamo vivendo non è reale,
allora si tratta di un gioco. Poiché è un gioco,
ci vogliono delle regole. Non voglio incontrarti più a
Parigi. Ne a Parigi né in qualunque altro posto ti faccia
paura. Quando sono con te, voglio poterti dare la mano per strada
e baciarti al ristorante altrimenti non mi interessa
. Non ho più
l’età per giocare a nascondino. Quindi ci vedremo
il più lontano possibile, in altri paesi. Quando conoscerai
il luogo dove incontrarci, me lo scriverai a questo indirizzo,
è quello di mia sorella a Londra, saprà dove rimandarmela.
Non darti la pena di stare a scrivere parole gentili, avverti
e basta. Di’ in quale hotel scendi e dove e quando. Se posso
raggiungerti, verrò, altrimenti no. Non provare a chiamarmi,
né a sapere dove mi trovo, né come vivo, credo che
non sia questo il problema. Ci ho pensato, credo che sia la soluzione
migliore, fare come te, vivere per conto mio amandoti molto ma
da lontano
. Non voglio aspettare le tue telefonate, non voglio
impedirmi di innamorarmi, voglio poter andare a letto con chi
voglio e quando voglio senza farmi scrupoli. Perché hai
ragione tu, la vita senza scrupoli è… è more coiwenient.
Prima non la pensavo cosI, ma perché no? Voglio provarci.
Che ho da perdere, alla fine? Un uomo vigliacco? E da guadagnare?
Ii piacere di dormire fra le tue braccia ogni tanto… Ci ho pensato
e voglio provarci. Prendere o lasciare…

lettera
tratta da:


venerdì 27 agosto 2010

Citazioni


In_The_Twilight_by_RubyGee
 
 
Non scriviamo e leggiamo poesie perché è carino. Noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana,
e la razza umana è piena di passione.
Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni,
necessarie al nostro sostentamento.
Ma la 
poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore..
sono queste le cose che ti tengono in 
vita.
John Keating dal film "L’attimo fuggente"
 
Quando si accende, l’amore è una pazzia temporanea… L’amore scoppia come un terremoto e in seguito si placa..
e quando si è placato bisogna prendere una decisione,
bisogna riuscire a capire se le nostre radici sono così inestricabilmente intrecciate,
 che è inconcepibile il solo pensiero di separarle [...] L’amore non è turbamento, non è eccitazione, non è restare sveglia la notte
immaginando che lui sia lì a baciare tutte le parti del tuo corpo [...].
Questo è semplicemente essere innamorati e chiunque può facilmente convincersi di esserlo.
L’amore invece è quello che resta del fuoco, quando l’innamoramento si è
consumato… non sembra una cosa molto eccitante vero? invece lo è… 

dal 
film d’amore "Il mandolino del Capitan Corelli"
 
Per tutti coloro che amano, hanno amato e ameranno. Alle navi in navigazione e ai porti di scavo, alla mia famiglia e a tutti gli amici ed estranei: questo è un messaggio e una preghiera. Il messaggio è che i miei viaggi mi hanno insegnato una grande verità: io ho già avuto quello che tutti quanti cercano ma che soltanto pochi trovano, la sola persona al mondo che ero destinata ad amare per sempre. Una persona ricca di semplici tesori che si è fatta da sola e che da sola ha imparato. Un porto in cui mi sento a casa per sempre e che nessun vento, nessun problema potranno mai distruggere. La preghiera è che tutti al mondo possano conoscere questo genere d’amore ed essere da esso sanati. Se la mia preghiera sarà ascoltata saranno cancellati per sempre tutti i rimpianti e tutte le colpe e avranno fine tutti i rancori.
dal film d’amore "Le parole che non ti ho detto"

sabato 31 luglio 2010

23 - Ricerca di equilibro Pt.1




L’Entropia è una misura di casualità, un parametro di disordine, energia ridotta a calore irreversibile, quello che può sembrare essere un caos, o anche rovina. In realtà è modo con cui un sistema appiana le divergenze.

È una ricerca di equilibrio.

Laddove il linguaggio può tradirmi, la “poesia” della matematica e della fisica portano chiarezza.

Almeno, io la metto in pratica osservando i cambiamenti spontanei che avvengono nei sistemi isolati.

L’entropia è il nostro metro di paragone nel misurare il progresso, nel definire i confini, di una civiltà. Io li ho usati anche , e forse

anche impropriamente per definire progresso e confine di una storia.

Se sappiamo che tutto ha inizio e una fine, l’entropia ci permette attraverso la sua eccezionale qualità di scegliere una particolare direzione del tempo, quella che in fisica viene chiamata: “la Freccia del tempo”.

Una delle prime cose che mi ha fatto pensare a questa all’entropia, alla freccia del tempo e alla ricerca dell’equilibrio è stato il comportamento delle persone. E quando intendo persone non dico una in particolare, anzi, spesso sono quelle che vedi passare per caso mentre cammini per la città che ti fanno pensare di più. Riusciamo ad analizzarle senza problemi di sorta. Possiamo immaginare qual è la loro vita. Una delle mie cose preferite è il gioco del “capire cosa stiano facendo”. Il classico è l’anziano ch non ha nulla da fare la mattina e che gira con l’autobus per ore e ore, un po’ come i colleghi pensionati che sono alle poste dalle 8.

Per dirlo in termini più fisici: “Parti tra loro non correlate trovano, interagiscono e trovano soluzione in un sistema fra loro in evoluzione.” Da un certo punto di vista l’entropia è l’orologio che registra l’irreversibile.

Se noi strisciassimo per terra una qualunque cosa, che sia una sedia, un mobile, le nostre suole, tutto andrebbe a generare una energia maggiore del necessario per spostare l’oggetto. Quell’energia maggiore che usiamo per spostare l’oggetto è generazione di caos. Per quanto non necessaria in un mondo ideale, senza attrito, questa trasformazione di energia in calore è fondamentale per spostare l’oggetto in questione, per appianare le “divergenze”, per dire  al mondo che qualcosa si è spostato, che non è più come prima. Ora se noi immaginassimo che sia qualcosa, che so una molla, che faccia ritornare la sedia a posto, che la riporti nella sua posizione originaria, vedremo che la sedia non tornerà nell’esatta posizione precedente. Per quanto l’energia sia conservata, qualcosa è  cambiato. Il mondo precedente è cambiato e tu non puoi fare nulla,  se non dare altra energia, altro lavoro per rimettere tutto in ordine, se ritieni che la tua sedia debba stare in quella posizione.

Ad esempio è stato affermato che la freccia del tempo così come è percepita da noi, fornendo passato e futuro distinti, è il risultato

dell’influenza della seconda legge della termodinamica sull’evoluzione del cervello.

Per ricordare qualcosa la nostra memoria, infatti, il nostro cervello passa da uno stato disordinato a uno stato più ordinato, o da uno stato ordinato ad un altro.  Per assicurarsi che il nuovo stato sia quello corretto, deve essere consumata dell’energia per svolgere il lavoro e questo aumenta il disordine nel resto dell’Universo. C’è sempre un maggiore aumento di disordine rispetto all’ordine guadagnato dalla nostra memoria, quindi la freccia del tempo nella quale ricordiamo le cose ha la stessa direzione di quella rispetto alla quale il disordine dell’Universo aumenta. Come vedete, è irreversibile e non controllabile.

Ora, lasciando perdere la lezione teorica di Fisica Tecnica e passando alla pratica…o alla praticità con cui io uso la fisica per trovare risposte alle mie domande sul mondo.

Dopo l’immagine dei pensionati alla posta citare questa scena è d’obbligo:

<<”Che cosa fai?” chiese all’ubriacone che stava in silenzio davanti a una collezione di bottiglie vuote e a una collezione di bottiglie piene.

“Bevo” rispose, in tono lugubre, l’ubriacone.

“Perché bevi?” domandò il piccolo principe.

“Per dimenticare”, rispose l’ubriacone.

“Per dimenticare che cosa?” s’informò il piccolo principe che cominciava già a compiangerlo.

“Per dimenticare che ho vergogna”, confessò l’ubriacone abbassando la testa.

“Vergogna di che?” insistette il piccolo principe che desiderava soccorrerlo.

“Vergogna di bere!” e l’ubriacone si chiuse in un silenzio definitivo. Il piccolo principe se ne andò perplesso. “ >>.

Perplesso esattamente com’ero quando non capivo molte delle problematiche  comuni. Io non ho mai capito il bisogno di fumare ad esempio. O come il bisogno di drogarsi, di bere. É qualcosa che va, anzi andava, oltre la mia comprensione.

POI HO CAPITO. Come un sistema genera entropia per appianare i propri problemi, un ubriacone beve per equilibrarsi. Per quanto cattiva cosa questa sia, deve farlo o perderà l’equilibrio. Non a caso, gli  alcolisti, i tossicodipendenti stanno male solo quando non bevono, o quando non hanno la loro dose. E’ tutto sempre una ricerca di equilibrio. L’equilibrio che gli permette di stare bene secondo il loro stato attuale.

Gli anziani si sentono soli e cercano di appianare con i loro sistemi “alternativi” la solitudine, c’è chi va alle poste, chi gioca a bocce, chi sta dal meccanico come mio nonno. E la cosa vale anche per le ragazzine di 13 anni cercano di sentirsi più grandi, di trovare un’identità nel loro corpo, e iniziano a truccarsi, bere, fumare, etc..cose di cui prima non ne avevano bisogno. Io conosco  perfettamente le urla di una piastra non funzionante di una ragazza che deve scendere in piazza in una sera d’agosto. Che Dio mi salvi dal doverla risentire.

C’è sempre qualcosa che li fa (ci fa) stare male. E loro (noi) rispondono (rispondiamo) a questo con i modi più diversi. Io ad esempio passo ultimamente sempre per il megalomane, esaltato di turno. Eppure chi mi conosce da tanto tempo sa benissimo che odiavo farmi notare. Tanti motivi, tante sofferenze anche tante piccole soddisfazioni mi hanno portato ad essere quello che sono. Il mio stare male, mi ha portato a far spostare il mio baricentro emotivo da uno molto timido a uno che non ha paura di dire in faccia le cose.

Ringrazio “l’entropia” per questo, mi ha permesso di diventare da succube di qualcuno a centro di me stesso.

Tutti quanti nella nostra vita abbiamo delle esperienze che ci segnano. Io per mia sfortuna ne ho avute un bel po’. Potevo tranquillamente stare a soffrire, a piangere, a lamentarmi, se questo fosse stato il mio punto di equilibrio. Ma non lo era. Probabilmente un mio sistema per ritrovare l’equilibrio e mettere l’ordine è quello che scrivo.

Quindi consiglio a tutti di trovare un modo loro di appianare le proprie divergenze.

Certo cercate di non esagerare..Io ho visto un mio compagno scout farsi prete. (e con questa ho detto tutto!!).

Anche quando incontrate altre persone, ricordatevi che ogni atteggiamento è dettato dalla ricerca di equilibrio e la freccia del tempo segna che non si può tornare indietro. Che si può andare solo avanti.

Poiché  anche cercando di passare per infiniti piccolo stati di equilibrio niente sarà più come prima, l’entropia, il caos da esso generato ti dice che devi sempre sforzarti per tornare ad una situazione precedente.

A questo punto l’unica cosa che puoi fare è andare avanti.

Se uscite ad esempio da una storia finita male, piangete, dimenatevi, cambiate se volete, se ne avete bisogno. Ma quello che farai stasera, quello che farai domani, non cancellerà il fatto che tu abbia amato, la persona sbagliata magari, ma hai amato.

Ma ricordati sempre che devi pensare a quello che stai per fare. Ai rimpianti che avrai.

Le cazzate non si dimenticano. Quindi occhio a come ritrovate il vostro equilibrio.

Per mia sfortuna, per raggiungere il mio equilibrio (e non è detto che lo abbia ancora trovato, anzi) ho fatto delle cazzate immonde. Nel cercare di capire quali fossero i miei limiti mi sono spinto oltre e ho fatto stare male parecchie persone. Esattamente come per la memoria, per mettere in equilibrio la mia persona ho dovuto generare caos. Ed l’unica cosa negativa del cambiare. L’unica cosa che ho imparato da tutto questo è:

“rispetto verso gli altri, rispetto verso voi stesso, responsabilità delle vostre azioni”

P.s. se avrò tempo, voglia e motivo di scrivere la mia via per la felicità, tranquillità, equilibri; o cmq per ampliare questo argomento scriverò una Pt.2